La nuova mappa europea del tifo violento (2) – Erdogan e gli interessi del calcio in Turchia

La nuova mappa europea del tifo violento (2) – Erdogan e gli interessi del calcio in Turchia

Non solo Inghilterra, Grecia o paesi dell’ex Jugoslavia, la mappa europea del tifo violento sta cambiando. In questo secondo appuntamento andremo in Turchia ad analizzare gli interessi del Presidente Erdogan nel calcio turco.

Il calcio in Turchia è sempre stato sinonimo di politica. Nel 1903 quando venne fondata la prima squadra di calcio turca, i Black Stockings (Calze nere), il creatore del club, Fuad Hüsnü Kayacan, venne accusato da un tribunale militare di far indossare alla squadra le uniformi dei militari greci, il tutto avviene in un epoca di fortissima tensione fra l’area dei Balcani e l’Impero Ottomano in disfacimento, un clima rovente che finirà per infuocarsi pochi anni dopo con la prima guerra dei Balcani e la guerra greco-turca.

Gli ottomani bandirono il calcio nel loro impero poiché, tale sport, fu visto come un introduzione culturale degli espatriati britannici, degli armeni, dei greci ed degli ebrei, insomma fu visto come lo sport dei nemici e quindi da bandire. Addirittura il calcio venne accusato di violare il codice islamico, ricollegando la pratica di calciare la palla all’uccisione del nipote di Maometto, la cui testa decapitata venne calciata per strada.

Ma l’amore per questo sport ha avuto la meglio ed adesso la crescente passione per il calcio turco non può esser repressa e da lì a pochi anni dopo il 1903 si vennero a costituire le grandi squadre del calcio turco come il Beşiktaş, il Fenerbahçe ed il Galatasaray.

La crescente popolarità dello sport ha convinto le autorità statali a sfruttare il suo potere per costituire, rinforzare il nazionalismo turco.

É possibile seguire l’evoluzione della politica, dell’economia, della cultura, della sociologia e dell’identità della Turchia attraverso lo sport ed il suo rapporto col potere. I vertici dei governi turchi hanno sempre favorito, e temuto, il suo potere di raggiungere, distrarre e galvanizzare le masse.

Da questo presupposto un esempio lampante lo fanno gli anni 70, ed i sei successi del Trabzonspor, squadra della città di Trebisonda sul Mar Nero, una vittoria simbolica della periferia dell’Anatolia contro la cosmopolita e città economicamente forte di Istanbul, come anche i secondi posti avvenuti tra il 1968/70 dal Eskişehirspor, squadra dell’omonima provincia nel nord ovest della Turchia. In questa fase il calcio ha giocato un ruolo involontario, ma costitutivo per l’integrazione nazionale. Il calcio, insieme all’ espansione delle reti di comunicazione, ha permesso alle masse di diventare parte di una comunità immaginaria che abbia riti comuni e territorialismo, allo stesso modo i club sono stati strumentalizzati nel consolidare rivalità tra territoriali, etniche e religiose.

Oggi il calcio svolge un ruolo fondamentale per la politica del partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), rappresentato dal leader Erdogan. L’Akp ha utilizzato il calcio in modo da rafforzare e costruire il sostegno interno, sviluppando una formidabile rete di interessi politici ed economici. Le società sportive hanno da sempre avuto interesse nell’intrattenere buoni rapporti col Governo di Ankara per ottenere il sostegno finanziario per tali attività , di conseguenza i governi hanno utilizzano i club per aumentare la propria popolarità.

L’AKP ha regolamentato e riformato il calcio, investendo somme di denaro senza precedenti sullo sport. Il presidente Recip Tayyip Erdoğan ha legato, nel passato, molto la sua immagine con volti noti del calcio turco, esempio lampante fu l’utilizzo della figura del giocatore Hakan Sukur, ex deputato del Akp, durante la campagna elettorale del 2011, adesso accusato di alto tradimento per esser vicino al movimento Hizmet di Gulen, il predicatore accusato di esser la mente del golpe fallito di Luglio 2016. Hakan Sukur è uno dei 300 purgati dal governo di Erdogan solo del mondo sportivo, purghe volte ad eliminare i sostenitori di Gulen dall’ambito statale. Inutile sottolineare le pressioni effettuate dal Governo ai vari club ed organi sportivi per attuare queste purghe, un clima da caccia alle streghe. geziistanbul

Ma il calcio è un arma a doppio taglio in uno stato caldo come quello turco. Erdogan vive con estremo timore l’atteggiamento degli ultras turchi, che hanno assunto una posizione antagonista contro le sue politiche governative già nel 2013 durante le proteste di Gezi Park. Successivamente diversi gruppi ultras turchi, appartenenti alle squadre di Fenerbahce, Galatasaray e Besiktas, si sono schierati a favore dei curdi, una ferita aperta nel cuore del Medio Oriente, sottoscrivendo un comunicato per condannare le violenze contro i turchi.

La risposta di Erdogan a tali atti di ribellione non si è fatta attendere. Riguardo gli episodi di Gezi Park la polizia individuò e rintracciò 35 supporters del Besiktas facente capo al gruppo ultras Çarși, accusandoli di voler rovesciare l’ordine costituito e di aver tramato contro Erdogan, all’epoca Primo Ministro, sulla loro testa la richiesta di condanna all’ergastolo.

Il Çarși è il nome del gruppo ultras del Besiktas, fondato nel 1982, avente come caratteristica principale la A cerchiata, rappresentante il simbolo dell’anarchia, schierandosi contro qualsiasi forma di tirannia. Il loro motto li rappresenta in pieno: Çarși è contro tutto! Ma il Çarși può esser definito come un modo comune di agire, una forma di dignità o un’anima comune tra i tifosi del Besiktas.

I suoi sostenitori rivendicano posizioni ecologiste, anti-razziste, anti-sessiste e pluraliste.   Ulteriore connotato risulta essere l’appartenenza alla sfera del nazionalismo kemalista. Durante le ribellioni di Gezi Park e piazza Taksim il Çarși ha rappresentato i braccio “armato” della piazza dimostrandosi una guida per gli altri ultras li presenti nelle proteste col il “Sultano”. Nella circostanza alcuni tifosi si sono appropriati di un escavatore ed hanno marciato verso Akaretler Siraevler e Barbaros Bulevard, due zone di Istanbul, puntando contro la polizia. Un episodio singolare, frutto di un clima esasperato e rovente. fb00dbba-01f2-4622-a913-9c88da4d2daa_large

La simpatia di Erdogan verso il calcio, ed il suo sfruttamento politico, lo si comincia ad intuire già da quando il Sultano era sindaco di Istanbul (1994/2000) quando amministrava la squadra comunale dell’ Istanbul BB, un club controverso, privo di una propria identità e di un bacino di tifosi, con una media di 5.000 spettatori in un impianto come lo stadio Ataturk da 81.000 posti. Ma nel 2014 l’Istanbul BB viene scorporato, il club viene rifondato associandolo ad un quartiere in forte espansione il Başakşehir, un bacino potenziale di 220.000 voti, fiore all’occhiello delle amministrazioni Akp. Nuovo quartiere, nuovo club, nuovo stadio, quest’ultimo intitolato a Fatih Terim. Un’alternativa sportiva e politica alle più importanti squadre del Paese, che come già detto, in netto contrasto (gli ultras, non le società) con le politiche dell’ ex primo ministro. I risultati si sono visti fin da subito anche se sono passati inosservati sulle pagine della stampa sportiva. Dal primo anno in lega maggiore ha conquistato due 4°posti, che gli ha garantito la partecipazione all’ Europa League, ed il secondo posto di quest’anno gli consentirà di affacciarsi sul panorama europeo più prestigioso la Champions League. Erdogan sta crescendo al meglio la sua creatura senza far focalizzare molto l’attenzione dei media su di essa.

Il calcio in Turchia è politica ed uno terreno fertile di scontro fra Ultras e Governo, un enorme scacchiere dove gli interessi delle squadre si legano e dipendono strettamente dalla politica, dove lo stesso Governo cerca nuovi consensi ed elettori tra gli spalti. La Turchia è uno Stato dove il calcio, fin dalla sua introduzione, ha avuto più uno scopo politico che puramente competitivo e sociale.

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