Il 2015 della Sidigas Avellino

Il 2015 della Sidigas Avellino

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“E vissero così tra alti e bassi…”. Potrebbe essere questo il finale adatto per la Scandone story del 2015.

Un anno molto intenso, segnato da diversi punti di rottura, episodi spartiacque, approdo di nuovi allenatori e giocatori, frutto di una gestione aziendale le cui tempistiche, spesso, non hanno combaciato con i frenetici e spietati ritmi sportivi.

Ritardi stucchevoli, ansie non programmate, obiettivi sfumati e sconfitte a ripetizione hanno fatto da cornice a un terribile inizio di 2015.

Unica lieta parentesi di quei mesi più che neri per la compagine biancoverde guidata dall’ex “sindaco” Frank Vitucci, la qualificazione alle Final Eight di Coppa Italia, raggiunta, comunque, per il rotto della cuffia grazie alla sconfitta interna di Cantù contro Roma, che rese inutile la partita casalinga della Sidigas, sconfitta poi malamente da Varese.

Pochi gli squilli di tromba, molti i fischi e i malumori anche in quell’occasione, che per molti decretò l’inesorabile declino dell’era Vitucci ad Avellino.

Ma tra lo scetticismo e la sfiducia generale, la banda del coach veneziano sciorinò una grande prestazione nei quarti di Coppa contro l’Olimpia Milano, arrendendosi solo nel finale alla stella, o presunta tale, Marshon Brooks, che decise di essere un giocatore solo nei 10 secondi che separavano i lupi da un’inattesa semifinale, con la complicità dei “distratti” Gaines e Banks.

Quante lacrime sulle gradinate del PalaDesio per i supporters biancoverdi!

Nonostante la bruciante delusione e l’amaro in bocca, cominciava a farsi strada l’idea che questa prestazione avrebbe potuto rilanciare la Sidigas in campionato. La classica scintilla, quell’iniezione di fiducia che poteva segnare un vero e proprio cambiamento di rotta.

Ma quello stesso match, unito alla fragilità mentale, strutturale del gruppo e alla mancanza di leadership e di orgoglio, segnarono il definitivo de profundis del nababbo coach Vitucci, che lasciò Avellino con un record negativo di sole 8 vittorie su 23 incontri disputati, tra feroci critiche e aspre contestazioni a una società ritenuta colpevole di non essere intervenuta tempestivamente.

L’approdo in Irpinia di coach Frates, veterano del campionato di massima serie e l’ingaggio di “Marcellino” Green, al suo terzo ritorno ad Avellino, restituirono maggiore serenità all’ambiente, ma 7 partite erano troppo poche per compiere quel miracolo chiamato play off.

Nonostante un buon record di 4-3, la dirigenza irpina decise di non confermare il coach milanese, mentre si rincorrevano voci di un nuovo e, questa volta, necessario azzeramento tecnico dopo l’ennesimo fallimento sportivo, soprattutto alla luce del budget messo a disposizione da patron De Cesare.

Dopo la staffetta Nevola-Spinelli, ai limiti del tragicomico, nel ruolo di direttore sportivo e dopo innumerevoli colloqui con coach pronti ad ascoltare le nuove strategie del patron, innamorato di Piero Bucchi, coach di Brindisi, anche se connotata dagli atavici ritardi e dalle solite tempistiche bibliche, con una campagna abbonamenti presentata poi ad ottobre, partiva l’operazione simpatia.

Il duo Sacripanti-Alberani già piaceva per spirito, concretezza e disponibilità di comunicazione, merce rara negli ultimi anni ad Avellino, ma qualità fondamentali per porre solide basi tecniche e umane.

Il ritardo nella costruzione della squadra, però, sicuramente influiva sulle scelte dello staff.

In un mercato, a quel punto, povero di alternative e “drogato” dalle esose e spropositate richieste di procuratori che lucravano sulla “fretta” della Sidigas di completare il roster, emergeva comunque la competenza del ds e del coach.

E’stata allestita una squadra esperta, con poche scommesse, finora vinte (Nunnally e Buva), con un tasso di conoscenza del gioco molto alto, ma poco atletica e fisica.

Il resto è storia recente. Inizio buono, nonostante un calendario in salita, poi una flessione, dovuta anche alla sfortuna per i tanti infortuni che suggerivano un viaggio a Lourdes, gli innesti di Ragland e Marques Green, al suo quarto ritorno, le due vittorie consecutive contro Torino e Varese, e lo scioccante tonfo casalingo nel derby contro Caserta, prima della reazione a Capo d’Orlando.

Un 2015 caratterizzato dunque da un leit motiv: costanza nell’incostanza, continui alti e bassi che, comunque, non dovranno mai prescindere dall’impegno, dal sudore e dall’attaccamento a questa storica canotta, quella della S.S. Felice Scandone Avellino 1948.

 

 

 

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