Basket Avellino – Il libro, parla Picone:”Da Gigetto ai giorni nostri, la Scandone come grande fenomeno sportivo”

Basket Avellino – Il libro, parla Picone:”Da Gigetto ai giorni nostri, la Scandone come grande fenomeno sportivo”

di Michelangelo Freda, @m_freda21

Un libro per scoprire da dove veniamo, come nasciamo e come siamo diventati una delle principali piazza europee di basket giocato. Cosi possiamo sintetizzare il libro di Generoso Picone, Giovanbattista La Rosa e Giuseppe Matarazzo, un testo che vuol raccontare i 70 anni di storia cestista irpina attraverso interviste, fotografie e curiosità relative alle varie annate della storia della Società Sportiva Felice Scandone. Una storia che inizia sul campo all’aperto dell’Istituto Tecnico Commerciale sito nella centrale Via de Concilii di Avellino per poi affermarsi nella palestra del Convitto e del Liceo Classico per poi diventare, pian piano, una delle società sportive più importanti d’Italia.

Abbiamo intervistato Generoso Picone, storico direttore de Il Mattino di Avellino, nonché coautore del libro che ci ha raccontato le proprie emozioni e ci ha regalato le proprie considerazioni in merito alla storia della Sidigas Scandone.arton67160-b2ed9

Salve Direttore, il suo libro, tramite una raccolta di interviste e fotografie, vuol raccontare della nascita della Scandone, da piccolo club di provincia a top club europeo. Lei come ha vissuto questo passaggio?

Abbiamo lavorato in tre al libro, si tratta di un lavoro di ricerca collettivo, dividiamo oneri ed onori. Io sono quello piu anziano, quello che sicuramente ricorda le varie fasi storiche, dal Convitto Nazionale fino ad adesso, una sorta di febbre che è aumentata sempre di più, un passione inarrestabile che di anno in anno è andata ad intensificarsi. Siamo in Serie A da 19 anni, bisogna esser lucidi e ricordare il nostro passato. Veder la Scandone a questi livelli è per tutti noi un sogno, un risultato grandissimo, soprattutto quando altre piazze del basket italiano hanno subito delle catastrofi economiche riscrivendo la geografia del basket. Avellino in questi anni è riuscita a costruire un piccolo e grande fenomeno sportivo nonostante non si tratti di una provincia ricchissima a livello economico. 

Nel suo libro c’è un intervista di Cesare Pancotto che ha definito Avellino come una provincia dall’amore viscerale verso lo sport, paragonando le pressioni che si respirano ad Avellino come a quelle che solitamente si trovano in una metropoli. Cosa ha in più Avellino rispetto alle altre Province?

Pancotto ha vissuto Avellino a 360 gradi, è un uomo molto intelligente, laureato in architettura, il quale possiede una sensibilità che va oltre l’agonismo sportivo. Ha voluto vivere la città, percependo questa pressione proprio per il suo carattere, una persona abituata a parlare col cittadino, cercando di comprendere come i tifosi, gli appassionati vivessero i risultati di quella stagione. Il basket è uno sport cittadino, purtroppo non si riesce a coinvolgere la provincia intera, nonostante esistano piccole realtà sportive sparse in Irpinia, questo collante viene meno. Più o meno tutti hanno praticato questo sport, immedesimandosi e comprendendolo. Il basket è uno sport liceale, nasce nelle palestre delle scuole superiori diversamente dal calcio, uno sport di studenti per studenti, una disciplina che impone un pensiero, al di la dell’agonismo ma di comprensione del gioco e delle regole. 

É uno sport che va di padre in figlio, una faccenda che si erdita. Dal mini basket a livelli più grandi, uno striscione che viene portato sempre in Curva dal figlio di Gigetto Valentino, ho voluto sintetizzare la storia dell’Avellino da ambito familiare a fenomeno di massa

Il titolo del suo libro comunica un senso di eredità, da trasmettere ai posteri, quindi ai figli, ai nipoti, un bene comune che va protetto e valorizzato, per ricordare da dove si è partiti e dove si è ora. I tifosi “moderni” danno per scontata la Serie A ed il fatto di esser una delle squadre più importanti in Europa?

Purtroppo, si, dio anno per scontato, raccontare la storia serve proprio per ricordare chi siamo, siamo “qui con le scarpe che avevamo” dobbiamo avere la memoria di quello che eravamo e di quello che siamo, non significa non pretendere il massimo, ma vi è bisogno di un utilizzo critico del presente, bisogna sognare certamente, ma dev’esserci qualcosa che durerà 70 anni. Bisogna dar via ad un progetto imprenditoriale strutturato, che sia lo specchio di quello che è una passione collettiva, bisogna far si che questo progetto possa durare a lungo. Non bisogna bruciare le tappe, non bisogna esasperare gli animi, non è possibile lanciare una bottiglia in campo, un vizio italiano di trascendere lo sport dalla vita reale, dobbiamo sempre ricordarci chi siamo e dove possiamo arrivare, e solo con un lavoro mirato si puo rendere la Scandone una delle piu forti.

Questo libro vuol far ragionare su come la Scandone non sia un investimento annuale da vincere, azzerando ogni anno quello precedente, ma ci vuole organizzazione  e farlo continuare perpetuamente nel tempo.

Cosa manca al basket italiano rispetto ad altre piazze europee?

Manca molto al basket italiano, manca molto. La qualità del gioco e la vitalità delle squadre viene messa molto in discussione, ridimensionandone il ruolo. Bisogna ragionarci molto, diffondere la pratica sportiva, rivedere i regolamenti. A tal proposito in Serie C è possibile far giocare gli stranieri; Angri ha due americani, è un paradosso inserire gli stranieri in categorie cosi basse del nostro Basket, cosi facendo si snatura il laboratorio complessivo di crescita. In Francia ha funzionato la rivoluzione sportiva sia in ambito del basket che nel mondo calcistico, bisogna attuare le stesse politiche che uniscano sport all’esser studenti.

 

Di padre in figlio sarà presentato lunedì 22 alle 18 nella Sala Grasso di Palazzo Caracciolo in piazza Libertà. Con gli autori interverranno il presidente dell’Amministrazione provinciale, Domenico Gambacorta, e il direttore generale della Sidigas Scandone Avellino, Nicola Alberani.

 

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