C’era una volta – Uno scudetto di nome salvezza

C’era una volta – Uno scudetto di nome salvezza

Si dice che il calcio sia metafora della vita. C’è chi gioca e chi non gioca. Chi vince e chi perde. Chi cade e si rialza

Si dice che il calcio sia metafora della vita. C’è chi gioca e chi non gioca. Chi vince e chi perde. Chi cade e si rialza. Metti una squadra di provincia con cinque punti di penalizzazione e un’intera terra in ginocchio per il terremoto del 23 Novembre 1980. Rialzarsi sarebbe stato difficile per chiunque. Aggiungi che quella terra è l’Irpinia. La terra dei lupi. La terra di chi non molla mai. E ne viene fuori un miracolo.
Oggi, alla distanza di trentasei anni, i segni del terremoto sono ancora tangibili negli occhi di chi lo ha vissuto e, ahinoi, dell’intero tessuto sociale ed economico. La voglia di lottare, però, non è mai mancata. Sin dai primi momenti successivi a quei maledetti novanta secondi. La gente cercava un simbolo, un traino. Un motivo per cui sperare. Per cui sognare. Quel motivo diventa il calcio. Una squadra di uomini veri. Una squadra di lupi affamati, pronta a lottare sui campi di tutta Italia e a portare in alto il nome di un’intera provincia. L’obiettivo-miracolo salvezza diventa una questione sociale. Una occasione di riscatto. Una impresa da realizzare contro tutto e tutti. Contro i soccorsi che tardano ad arrivare, contro le istituzioni, politiche e sportive, che si mostrano troppo poco vicine alla terra irpina. Contro i tanti imbecilli che negli stadi ci chiamano “terremotati”. Il Partenio diventa fortino inespugnabile. Nasce così la famosa “Legge del Partenio”. La salvezza sembra avvicinarsi sempre di più. Grazie ad una squadra di eroi omerici guidati dall’indimenticato patron Sibilia e dal mister Luis Vinicio. La classe cristallina di Vignola, le parate di Tacconi, la grinta e la cazzimma di Di Somma, Cattaneo e Beruatto, l’estro di Mario Piga e soprattutto la compattezza di un gruppo straordinario e i dribbling di Juary consentono ai lupi di credere sempre di più nel miracolo salvezza. Già, Juary. Accolto tra lo scetticismo generale, il funambolico brasiliano diventa in breve tempo l’idolo di tutti. “Sarà così”. Balla coi lupi, Juary. Si, perché sarà proprio la sua esultanza a passare alla storia. Un balletto attorno alla bandierina del calcio d’angolo con il braccio alzato. Allegria nel mare della disperazione.

L’Avellino arriva a giocarsi la salvezza all’ultima giornata. Contro la Roma ancora in corsa per lo scudetto. Al gol di Falcao risponde Venturini con una punizione incredibile che si piazza sotto l’incrocio dei pali. Il destino, d’altronde, ci doveva qualcosa. Ed ecco che la salvezza impossibile, al calar della domenica, diventa realtà. È come uno scudetto. Ed arriva proprio tra le mura amiche del Partenio. Le stesse mura che qualche mese prima avevano tremato ed avevano accolto, in quanto tramutate in tendopoli, i figli di quella terra, scossi dall’accaduto e divisi tra un nostalgico guardarsi indietro e la consapevolezza di dover ricominciare da zero e di dover dimostrare a tutti di cosa è capace un irpino. Perché noi siamo gente che lotta. Ed ecco che il balletto di Juary diventa speranza. Diventa propiziatorio per un futuro migliore. A ballare con lui, lì attorno alla bandierina, c’è una provincia intera. Perché i miracoli esistono. Basta crederci. Ce lo insegna l’Avellino ’80-81. Ieri, oggi e domani. Per sempre.

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