Quattro sconfitte consecutive con uno scarto medio superiore ai 10 punti, un’involuzione costante (sia tecnica che mentale) in quasi tutti gli elementi del roster, e una (apparente) incapacità di reazione: è questo lo scenario, quanto meno deprimente, in cui la Scandone attende Cantù al PalaDelMauro. Non sappiamo come Gaines e compagni stiano vivendo questa situazione, cosa si dicono fra di loro e come (e se) hanno intenzione di uscirne, ma sappiamo cosa vuol dire indossare la canotta biancoverde della Società Sportiva Felice Scandone Avellino, perché ce lo hanno dimostrato i tanti loro predecessori. In oltre 65 anni di storia, la Scandone ha vissuto situazione ben più gravi di questa, ma ne è sempre uscita fuori a testa alta e petto in fuori, perché ha sempre avuto volontà, dignità e coraggio da vendere. Anche quando si è trovata spalle al muro (e non è questo il caso) ha sempre scelto di reagire dando fondo a tutto quello che aveva dentro, anziché aspettare l’esecuzione in maniera passiva. Personalmente, al momento, risulta difficile presentare la gara dal punto di vista tecnico, come sempre fatto nelle precedenti giornate. Mi piacerebbe davvero parlare di numeri, di statistiche, di come gioca Cantù, dei cambiamenti che ha fatto nel roster rispetto alla partita di andata ma questi aspetti, al momento, non mi interessano minimamente. Mi piacerebbe, invece, andare al palazzetto e vedere in campo una squadra viva, che si incoraggi, che si spalleggi nei momenti di difficoltà, che lotti per una recuperare una palla, che torni a commettere dei falli, che riesca a suscitare una maledettissima emozione. Emozione. Eccola la parolina magica, quella che ormai da troppo tempo non si sente più pronunciare al PalaDelMauro: ora come ora, un’emozione vale molto di più di una vittoria, perché tutte le sconfitte si possono accettare ma non quelle per assenza di voglia, totale apatia e incapacità di reagire. Se davvero la Scandone di quest’anno è inferiore ad altre 10 squadre, lo vogliamo vedere sul campo e non attraverso gli scazzi e la strafottenza di professionisti che si scocciano di fare quello per cui sono pagati. E’ una questione di dignità che non vale solo per chi scende in campo, va in panchina o costruisce una squadra, ma va ben oltre, affinché possa permettere alla Scandone di continuare ad essere un’eccellenza di questo territorio.