Mi ha colpito una frase di un vecchietto all’uscita della Terminio ieri sera. Camminava e sorrideva. Sussurrava: “E non si vonno stà. E non si vonno stà”. Appunto, non si vonnò stà. Per i pugliesi che ci leggono significa: “Non si vogliono stare”, in traduzione più italiana, “hanno perso e adesso cercano ragioni”. Paparesta è andato a piagnucolare su Sky ma non ha detto che in Montevergine era blindato e che a fine gara ha mandato letteralmente a fare in c… il presidente dell’Avellino Taccone che era andato a porgergli la mano. Ha piagnucolato a Sky e denunciato una ospitalità non proprio all’altezza. Ma cosa sarà mai potuto accadere in Montevergine? Qualche sfottò, qualche monetina lanciata, qualche grida che gli ricordava il passato. Ma tutto era per certi versi riconducibile al trattamento che l’Avellino aveva avuto nelle due precedenti gare in Puglia, sia in Coppa Italia che in campionato. Paparesta forse dimentica i suoi tweet con cui chiedeva la squalifica di Comi per un presunto morso a De Luca nella sfida di Coppa. Risultato? De Luca prese tre giornate e Comi no. E non ci fu bisogno nemmeno di prova televisiva. Adesso l’indagine della Procura Federale sulle presunte aggressioni ai dirigenti subìte al Partenio-Lombardi. Bene. Prendete le immagini delle telecamere a circuito chiuso e vediamo se Paparesta è stato aggredito. E già che ci siamo, caro presidente Abodi, se inchiesta ci sarà, sia seria e fondamentalmente obiettiva. Quei petardi esplosi su anziani e bambini dal settore ospite gridano vendetta. Valgono molto più di uno spintone o di uno sputacchio. Perchè se lanciate bene, potevano fare feriti. Ci aspettiamo dall’inchiesta la verità. Che porti magari ad almeno tre turni chiusi del San Nicola per l’atteggiamento dei tifosi ospiti. Sarebbe, quello, un segnale di forza che si vuole dare a chi predica bene e razzola male. Cosa è uno spuntone o uno sputacchio di fronte a petardi esplosi a iosa e lanciati per aria da un settore all’altro? Pensiamo, noi di Sportavellino, nulla. Che inchiesta sia, allora. Noi, attendiamo giustizia. E che giustizia sia. Anche se le testate nazionali non ne hanno parlato. Ma noi c’eravamo. Abbiamo sentito e visto padri coi propri figlioli scappare. Qualcuno è pure andato via. E allora, chiediamo al presidente Paparesta, un atto di scuse ufficiali all’Avellino e alla sua gente. Ferita dalle sue dichiarazioni. Quello che succede in campo, resta in campo. Da quando esiste il calcio è così. Pugni, spintoni e offese nel sottopassaggio fanno parte dello sport. Non sugli spalti. Perchè lo spettacolo è sacro. Detto da lui, per decenni, punta di diamante degli arbitri, è cosa che fa male. Aspettiamo l’inchiesta allora. E attendiamo la chiusura. Ma abbiamo la sensazione che il Bari ne uscirà con le ossa rotte. La squalifica del campo è come un Daspo: non lo si augura a nessuno. Non quando colpisci i bambini e gli anziani: quelli sono sacri. Più di qualsiasi religione.
Caro Abodi, Avellino chiede un’inchiesta seria
