Capuanesimo, ovvero il Rinascimento biancoverde

Capuano ha aperto una nuova epoca, che sta riportando alla luce il dna e la mentalità di un popolo fiero e irriducibile

di Domenico Abbondandolo, @domenicoabb

“Questa piazza sarà mia”. Alla vigilia del suo esordio sulla panchina biancoverde, di fronte alle dure contestazioni della tifoseria, Eziolino Capuano si era esposto, senza paura o remore di ogni sorta, e a distanza di cinque mesi ha visto verificarsi la sua profezia. Il Mini One di Pescopagano ha conquistato tutti, persino i più scettici, conquistando il ruolo di simbolo e guida del nuovo Avellino. La vittoria sulla Ternana ha difatti certificato la salvezza della sua squadra, che ora può inseguire una qualificazione playoff che avrebbe l’equivalente di un vero e proprio miracolo sportivo.

Ridurre il lavoro di Capuano ai soli risultati (30 punti in 21 partite), però, non sarebbe giusto. Ciò che l’allenatore è stato in grado di costruire, o meglio di ricostruire, nell’arco di questi mesi va infatti ben aldilà di un decimo posto in classifica. In un momento complicatissimo, nel bel mezzo di 3 cambi societari, Capuano ha rappresentato il trait d’union, l’uomo al quale aggrapparsi, ridando orgoglio e dignità ad una piazza perennemente martoriata.

Con sagacia e passione, il tecnico è stato in grado di plasmare una squadra a sua immagine e somiglianza, permettendole di ottenere risultati impensabili e trasmettendole un’idea di gioco e un’intensità che ben incarnano lo spirito del popolo irpino. In una situazione “al limite dello strapazzo”, come già successo nelle precedenti esperienze, Capuano ha tirato fuori il meglio dai suoi, proteggendoli dalla tempesta e attirando su di sé tutte le pressioni. Pressioni che lo hanno esaltato ulteriormente, permettendogli di lavorare al meglio da un punto di vista emotivo e motivazionale.

Al netto delle frasi di circostanza, Capuano si è effettivamente legato all’ambiente, con cui ormai vive in sincera empatia. Probabilmente non sarà biancoverde dentro, ma lo è diventato nei modi e nella testa, con i fatti. Sentirsi punto di riferimento, capopopolo, in un momento di estrema incertezza ha solidificato la sua posizione e ha trasformato la sua immagine agli occhi dei tifosi.

Merito dei suoi atteggiamenti sempre schietti, delle sue uscite vivaci e divertenti, ma soprattutto del suo lavoro e della sua resilienza. È sul campo che Capuano si è guadagnato il rispetto incondizionato di chi aveva destato un esplicito malcontento al suo arrivo, riuscendo persino a generare entusiasmo. L’avvento di D’Agostino gli ha finalmente regalato la possibilità di operare con maggiore serenità. E di sognare. Forte dell’accordo che lo lega al club fino al 2021, Capuano può e vuole continuare ad essere il simbolo di questa nuova era biancoverde.

Lo ha ribadito ieri, senza troppi giri di parole: “Sono arrivato in un momento di difficoltà, con l’obiettivo di aprire un grande ciclo. Voglio dirlo qui, con grande entusiasmo: voglio portare l’Avellino in Serie A”. Non si tratta di ruffianeria, ma di un’ambizione genuina. Evidentemente azzardata, ma che esprime bene il legame che si è creato tra Eziolino Capuano e la piazza. Il Capuanesimo ha ispirato il Rinascimento biancoverde, una nuova epoca che sta riportando alla luce il dna e la mentalità di un popolo fiero e irriducibile.

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