Fidel Castro: lo sport nella rivoluzione Cubana

Fidel Castro: lo sport nella rivoluzione Cubana

Sport e politica a Cuba vanno di pari passo. Non si può parlare di uno escludendo l’altro.
Castro fondò l’Inder, l’Istituto nazionale dello sport, educazione fisica e ricreazione, un’istituzione pubblica volta a garantire la formazione sportiva della popolazione. Da quel momento Cuba divenne l’isola dei campioni.

Sport e politica a Cuba vanno di pari passo. Non si può parlare di uno escludendo l’altro.

Fidel Castro ci lascia a 90 anni. Leader discusso e temuto ai più. Un uomo che è riuscito a riscattare la sua isola da una condizione di declino, prima della rivoluzione del 1959 Cuba era un’isola dove il gioco d’azzardo e la prostituzione erano i padroni.

Gli imponenti alberghi, sfarzosi o in rovina, ricordano la grandezza dell’impero eretto dalla mafia dopo la Seconda guerra mondiale, quando, con in tasca la complicità del governo del Presidente Fulgencio Batista, Charles “Lucky” Luciano, mafioso italo-americano, e Meyer Lansky, esponente della mafia ebraica, posero gli occhi su L’Avana. In poco tempo Lansky, l’ebreo americano, trasformò L’Avana nel paradiso dell’illegalità: gioco d’azzardo, grandiosi numeri di varietà e performance a base di mambo e sesso attiravano turisti. Il resto lo lasciamo agli storici.

Prima di Castro, Cuba non aveva sportivi di alto livello, eccetto uno schermidore di nome Ramòn Fonst.

Fidel Castro era un amante degli sport, fin da giovane si è dedicato alla pratica del baseball e di altri sport olimpici, leggenda vuole che gli venne offerto anche un contratto fra i professionisti a stelle e strisce, che declinò a favore della rivoluzione. Non mancano le fotografie del leader mentre pratica numerosi sport prima e dopo la rivoluzione cubana.

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Per il leader cubano lo sport era parte centrale della sua politica rivoluzionaria, in pochi anni cuba ha sfornato campioni mondiali in tutte le discipline, dal basket al baseball, dalla pallavolo al calcio. Gli sportivi che hanno arricchiti i palmares delle big del baseball americano devono ringraziare le politiche sportive di Fidel, prima di allora non vi erano campioni.

Fidel Castro e Che Guevara furono due sportivi praticanti e fin dai primi mesi dopo la rivoluzione si posero il problema di estendere la pratica dello sport agli strati più ampi della popolazione cubana, tanto da includere all’interno della costituzione il Diritto allo Sport, art. 52. I primi da avviare allo sport erano i ragazzini. Da qui individuarono coloro che avevano un contatto quotidiano con i ragazzi, le maestre, le quali furono appositamente formate nell’ambito delle attività motorie, alcune di queste insegnati divennero delle allenatrici di atletica di tutto rispetto.

Proprio in questo periodo fondò l’ Inder, l’Istituto nazionale dello sport, educazione fisica e ricreazione, un’istituzione pubblica volta a garantire la formazione sportiva della popolazione, campioni come Juantorena, Teòfilo Stevenson, Ana Fidelia Quirrot, il saltatore in alto Javier Sotomayor devono ringraziare proprio quest’istituto e i 35.000 allenatori presenti sul territorio cubano. I risultati della politica del governo cubano sono davanti agli occhi di tutti. Circolando per le vie dell’Havana si vedono centinaia di campi all’aperto in cui a tutte le ore vengono praticati gli sport più diversi innumerevoli strutture sportive messe gratuitamente a disposizione della popolazione e in particolare agli allievi delle scuole. Grazie a tutto questo Cuba è attualmente lo stato di lingua spagnola ad aver vinto più medaglie olimpiche.

Inoltre, gli studenti devono conoscere bene almeno uno sport di squadra come la pallavolo o il basket ed uno di combattimento, i più praticati nell’isola sono il pugilato, lo judo, la lotta e il taekwondo. Da sottolineare che nella pratica degli sport fra i giovani nessuno viene escluso, in particolare modo i disabili, i quali possiedono campionati appositi e le trasmissioni sportive del paese dedicano interi servizi ai loro successi nazionali ed internazionali.

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Castro apri le porte di Cuba anche a Diego Armando Maradona, il quale ebbe il permesso di recarsi nell’isola per disintossicarsi dall’uso di cocaina, nonostante odiasse il calcio, in quanto espressione pura del capitalismo, ha sempre evidenziato come il calcio, la politica e la cultura esprimano un sentimento collettivo nel mondo latino-americano.

Il leader negò il professionismo che “per interessi commerciali ha trasformato le Olimpiadi, lo sport e gli sportivi in semplice mercanzia”, solo recentemente è stato riabilitato dal fratello Raul Castro. Un tempo i professionisti cubani non potevano detenere le vincite economiche, tutto andava allo Stato come garante di quel denaro per la comunità. Ora i campioni cubani possono detenere l 80% di quel che guadagnano.

Il suo ruolo storico è innegabile. Castro ha scritto la storia contemporanea, ha sfidato la più grande potenza mondiale, è stato criticato per l’utilizzo del suo potere, a volte discutibile, altre volte forse enfatizzato dai media occidentali.

Ma nel 2016 dopo un incontro di baseball fra Cuba e Stati Uniti, alla presenza di Castro ed Obama, finita 1-4 per gli States, Castro scrive: “We don’t need the empire to give us anything.” Noi non abbiamo bisogno di un Impero per avere qualcosa.

 

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