terremoto

“Giurammo che avremmo sputato sangue per chi soffriva”

La data del 23 novembre 1980 segna lo spartiacque nella storia umana e sociale dell’intera provincia. Il terremoto mette in ginocchio l’Irpinia, rade al suolo i paesi, cancella storie e tradizioni. Il dolore irretisce la mente e i cuori della gente, il tempo non esiste più: non c’è passato, non c’è presente, non c’è futuro. Bisogna trovare la forza di reagire, ma non si sa dove né come. Il solo messaggio di speranza, la goccia di allegria nel mare della disperazione, viene da un gruppo di grandi uomini che rincorrono un pallone. È l’Avellino di Vinicio, che tra mille difficoltà – al calar di ogni domenica – insegue una salvezza impossibile. Il prato verde è l’unica possibile occasione di riscatto per l’orgoglio di un popolo, ferito e dimenticato da tutti.

La squadra lo sa, ha avvertito il dolore sulla propria pelle, ha visto letteralmente la morte con i propri occhi. E allora decide che quella speranza, almeno quella, non deve morire. Lo fa nei giorni più difficili, quelli immediatamente successivi alla strage. Lo fa in un hotel di Montecatini, dove la squadra si è ritrovata in vista della trasferta di Pistoia, a 7 giorni dal dramma. A raccontarlo alla Gazzetta dello Sport è Salvatore Di Somma, il capitano e il simbolo di quei giorni, per un racconto che mette i brividi: “In una sala dell’hotel di Montecatini ci riunimmo tutti, ci guardammo negli occhi e facemmo un giuramento. Giurammo che avremmo dato anche più del massimo, avremmo sputato sangue per quella gente che soffriva, dovevamo dar loro almeno una gioia. Era più per loro che per noi che dovevamo salvarci“.

Le cicatrici non spariscono, quelle non si cancellano nemmeno a distanza di 40 anni. Ma quel giuramento viene rispettato, l’Avellino si salva e regala un sorriso alla propria gente. È l’impresa più grande nella storia sportiva del lupo. È un vero e proprio miracolo, voluto e desiderato con tutte le forze. È un messaggio di speranza per un popolo abituato a lottare, che d’improvviso non aveva più nulla.

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