In ricordo del Commendatore: 6 anni fa ci lasciava un mito biancoverde

Il ricordo di don Antonio a 6 anni dalla sua scomparsa

di Domenico Abbondandolo, @domenicoabb
sibilia

Quello di Antonio Sibilia è un nome che evoca ricordi e sensazioni dolcemente nostalgiche per tutto il popolo irpino. Il suo carattere vulcanico e il suo modo di fare calcio, senza troppa diplomazia, hanno reso Avellino e l’Avellino famosi in tutto il mondo. Oggi sono passati 6 anni esatti dalla sua scomparsa, ma il ricordo del Commendatore è ancora vivo nel cuore di tutti i tifosi biancoverdi. E non potrebbe essere altrimenti, visto ciò che Sibilia ha rappresentato per questi colori.

La storia di un mito

Figlio di un esportatore di frutta secca, don Antonio Sibilia nasce il 4 novembre 1920 a Mercogliano. Rimasto orfano di padre, a 13 anni Sibilia si dà da fare come muratore per mantenere la famiglia e guadagnarsi la sostenibilità economica. Poi arriva l’intuizione. A 27 anni Sibilia sfrutta i rapporti con gli americani, compra due camion e una scavatrice e avvia la sua impresa edile. È l’inizio di un vero e proprio impero economico, che gli consente di avvicinarsi al calcio – amore di famiglia, suo zio Cosimo morì in un incidente mentre si recava a Salerno per concludere una trattativa – e di prendere l’Avellino nel 1970. Dopo tanti anni passati dietro le quinte, Sibilia prende il timone del club ed ottiene subito grandi risultati. Nel ’73 arriva la promozione in B, prima di un allontanamento e di una parziale scissione che lo porta a fondare un’altra squadra, l’Irpinia, in quel di Mercogliano. Nonostante i vari problemi con la giustizia, che gli impediscono di guidare direttamente il club, Sibilia si occupa della gestione del club anche negli anni della Serie A. È l’epoca d’oro del calcio avellinese, quella in cui il pittoresco Sibilia porta l’Avellino dalla storia alla leggenda. È grazie ai suoi modi burberi e schietti, al suo occhio per gli affari (Juary su tutti), che il lupo riesce a scovare talenti e a conquistare una salvezza dopo l’altra. I giocatori lo amano, non tutti, gli allenatori meno: ma i risultati arrivano e la favola Avellino entra nel mito.

Poi arriva la retrocessione e un lento disamoramento. Negli anni ’90 ci riprova, ma quello non è più il suo calcio e lo dice a chiare lettere: “Non mi diverto più. Il calcio è in mano ai procuratori. Quando si chiamavano mediatori, li cacciammo dal calcio. Ora comandano loro. Contano i loro telefonini che decidono i risultati delle partite. E il pesce puzza dalla testa. Le istituzioni del calcio sono fradice”. Nel 2001 il Commendatore vende la società e taglia il cordone ombelicale, almeno in apparenza. Il suo legame con i colori biancoverdi e la sua passione per il calcio restano vivi e vegeti e lo accompagnano fino alla fine dei suoi giorni. Il 29 ottobre 2014 Sibilia passa a miglior vita. 3 giorni dopo l’Avellino ospita al Partenio il Catania: vince 1-0, su rigore di Castaldo, e dedica il successo al più grande presidente della sua storia. Un uomo dalla voce roca, abituato a vivere col sigaro in bocca, a polemizzare, ad essere protagonista. Un personaggio d’altri tempi, di un calcio diverso, più genuino. Di sicuro, un mito biancoverde.

Le frasi celebri

Oltre che per il suo intuito e per i suoi scontri con gli allenatori, Sibilia è noto per le frasi che sono diventate il marchio di fabbrica del suo essere pittoresco. Celebre lo strafalcione sull’acquisto di Juary: “Fummo andati in Brasile e comprammo Juary”. Un giornalista provò a correggerlo: “Presidente, siamo”. E lui: “E perché, sei venuto pure tu?”. Altrettanto celebre la sua frase sui guanti del portiere: “Ma perché bisogna comprare i guanti solo al portiere? Qui sono tutti uguali. Li devono avere pure gli altri…”. Tipo all’antica, Sibilia odiava i look “selvaggi” dei calciatori: “Se vuoi che ti prendo (disse a Ricatti, ndr), tagliati i capelli. Hai 24 ore di tempo e solo perché il lunedì i parrucchieri sono chiusi”. Chissà oggi cosa penserebbe…

A 6 anni dalla sua scomparsa, l’Avellino biancoverde ricorda con affetto e commozione gli anni d’oro della sua gestione. Gli anni di un presidente sui generis, profondamente innamorato dei colori, sicuramente indimenticabile. Ciao Commendatore.

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