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Equilibrio e unità d’intenti per risalire (di Alfredo Bartoli)

E’ una settimana diversa dal solito quella che sta vivendo la Scandone Avellino. E non ci riferiamo soltanto alla pausa del prossimo week end per l’All Star Game di Verona (dove tra l’altro saranno impegnati anche Anosike ed Hanga). La sconfitta di Varese ha aperto squarci profondi all’interno della squadra e della società, facendo scomparire del tutto quelle poche sicurezze che, con difficoltà, si erano provate a costruire da settembre. La stessa qualificazione alle Final Eight, pur rimanendo una traguardo prestigioso, alla luce della prestazione offerta 48 ore fa, diventa quasi un peso, un appuntamento da cancellare volentieri dall’agenda di febbraio. Paradosso ed assurdità di una situazione che poteva nascere e crescere solo in una piazza come quella di Avellino che, da sempre, si contraddistingue per mancanza di equilibrio e disonestà intellettuale, al di là della pallacanestro. La ricerca del colpevole, l’arroganza con la quale si pretende di avere senza mai dare niente in cambio è l’attività principale di una città e della sua gente che decide di avere memoria lunga solo quando gli fa comodo. Altrimenti, se non si è accontentati subito e in toto, parte la caccia all’eventuale responsabile da emarginare. La Scandone è sempre sembrata un’isola felice da questo punto di vista ma, da un po’ di tempo a questa parte, è stata risucchiata in questo vortice di inutile e dannoso chiacchiericcio da bar, di accuse sempre meno velate e dirette al capro espiatorio di turno. La leggerezza con la quale si pontifica di basket (soprattutto sugli incontrollabili social network, che nelle dita degli avellinesi diventano delle vere e proprie armi da guerriglia) da ormai un lustro sta diventando la nemesi di un ambiente che in 65 anni di storia si era sempre contraddistinto per unità di intenti, condivisione e coinvolgimento. I fischi di domenica sera, assolutamente giusti nella forma, sono sbagliati nella sostanza: una prestazione tanto indegna come quella contro Varese non può che nascondere problematiche molto più complesse che riguardano l’intera struttura e non solo chi va in campo. Una società sportiva non è fatta a compartimenti stagni: funziona bene solo se ogni sua parte è messa nelle condizione di lavorare bene, ferme restando le responsabilità individuali. Pur avendo raggiunto il primo obiettivo stagionale (e questo è bene ricordarlo), le ultime due partite hanno dimostrato, senza ombra di dubbio, che qualcosa non va: non è compito nostro (di chi scrive e di chi legge) sapere cosa non va e come correggerlo, ma è (anche) nostra responsabilità chiedere di non dilapidare quanto di buono fatto fino ad ora (i 14 punti, l’ottavo posto solitario, i play off più che a portata di mano), perché le similitudini con la passata stagione iniziano a diventare troppe, così come gli errori che tutti (ambiente compreso) stanno di nuovo commettendo. Unità d’intenti ed equilibrio di giudizio: senza queste non si va da nessuna parte, rischiando di buttare un altro anno. A 40 km di distanza da noi, nonostante abbiano aspettato 15 partite prima di vedere una vittoria, queste condizioni non sono mai mancate, e da queste stanno partendo per provare a raggiungere una salvezza che sembra davvero lontana. E noi che siamo già in 1000 a Desio e lottiamo per un posto nei play off vogliamo di nuovo gettare tutto alle ortiche? Non conviene a nessuno: a chi investe, a chi paga il biglietto ogni domenica e perfino a chi non lo paga e ha la faccia tosta di giudicare e criticare. Ma soprattutto non è giusto per la nostra Scandone, che ormai da troppo tempo assomiglia ad un lupo in gabbia che si sta provando ad addomesticare, senza capire che il suo spirito sarà sempre libero da protocolli prestabiliti.


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