La lettera di Tucci: “Grazie Scandone ma i dirigenti credano di più nelle potenzialità di Avellino e dei giovani”

La sua “non” riconferma non è passata di certo inosservata. Già a partire dallo scorso mese di maggio  i destini di Gianluca Tucci e della Sidigas Avellino erano in procinto di separarsi. Ipotesi concretizzatasi con il trascorrere dell’estate. Dopo tre anni, in cui ha rivestito il ruolo di responsabile tecnico del settore giovanile e di assistant coach (compresa una parentesi da capo allenatore tra novembre 2012 e gennaio 2013) il tecnico avellinese, attraverso una lunga lettera, saluta il club biancoverde e la città e ringrazia la Scandone per l’esperienza vissuta. Il suo futuro potrebbe regalare un’esperienza all’estero dopo qualche sondaggio effettuato da un team in A2 Silver.

Avellino è la mia città, è qui che ho deciso, appena ventenne, che avrei fatto l’allenatore di basket. E’ qui che insieme con tutta la città abbiamo scalato le categorie fino all’esordio assoluto nel professionismo nel 1997, ed è qui che ho esordito ai massimi livelli nell’inverno del 2012. Perciò Avellino per me rappresenta il principio e la fine, il campo dove mi sono formato e dove probabilmente tra cent’anni mi ritirerò a vita privata, nonché la terra cestistica dove ho allenato e visto giocare, per un giorno o per un anno, praticamente tutti quelli che hanno calcato il parquet negli ultimi 40 anni. Avellino è il mio arrivederci continuo, le mie radici sono qui, e l’orgoglio di rappresentarle sul territorio nazionale come questa professione mi permette di fare è uno stimolo impareggiabile. Ed è questo, infine, il luogo dove ho conosciuto quelli che ad oggi rappresentano ancora le mie amicizie più profonde e sincere.

Per questi motivi, a coloro che ricambiano la mia stima e l’affetto più grande, rivolgo il mio saluto dopo la recente esperienza lavorativa che mi ha visto partecipare delle ultime tre stagioni agonistiche della Scandone. Unitamente all’aspetto professionale, ho sempre ritenuto quello umano (e voglio continuare a vivere all’insegna di questi valori) di una importanza imprescindibile, perché nella vita sono i rapporti a durare nel tempo e a regalare le emozioni più forti, più che le maglie o le statistiche, tantomeno i ruoli o i compensi economici. Mi dispiace quindi dover constatare che in questo distacco, che pur risiede nella natura delle cose, alcune relazioni si siano rivelate “di comodo” o, peggio, “sleali”, che non abbiano cioè conservato le caratteristiche della coerenza, della trasparenza e del rispetto; perché se tutti noi che operiamo nel basket abbiamo scelto lo sport come veicolo per esprimere le nostre potenzialità e aspirazioni, non dovremmo mai dimenticare che la lealtà e il coraggio delle proprie azioni sono alla base della umanità. Eppure conservo gelosamente alcune amicizie nate proprio in seno alla condivisione di questi tre anni, grazie al legame che ho instaurato con persone che prima non conoscevo e che condividono appieno il mio sentire.

Un saluto speciale voglio rivolgerlo alle centinaia di genitori che con gli occhi pieni di gioia nel vedere i propri figli divertirsi ed impegnarsi a giocare a basket emulando i campioni della serie A, ci hanno in questi anni sostenuto partecipando con sacrifici personali alla gestione del settore giovanile. Essi, al pari dei loro figli, meritano un progetto che faccia crescere i giocatori e la loro passione, un progetto di sport e di condivisione di quei valori che ancora non esiste nel nostro territorio, nonostante con amici e allenatori (di cui ho curato la formazione e l’ambizione) abbiamo lottato in questi tre anni per cercare di promuoverlo e vederne l’attuazione, senza ricevere alcun riscontro concreto da parte del Club. Spesso l’attenzione verso la serie A è una calamita pericolosa. La nostra città è una terra capace di grandi sentimenti e di grandi slanci imprenditoriali, e la partecipazione emotiva dei nostri giovani, delle loro famiglie, dell’intera comunità, se stimolata, coltivata e curata nei particolari, regalerebbe alla serie A un richiamo e un calore ancor più forte di quello che i tifosi del Paladelmauro, pur encomiabili, esprimono (in casa e fuori dalle mura amiche) ogni domenica. Per non parlare della chance che avrebbero i nostri piccoli concittadini, di giocare, un giorno, per la maglia dei propri colori. Quale più grande orgoglio? So bene di cosa si parla, e nei miei occhi rimarrà indelebile il ricordo del contributo emotivo del palazzo e dell’intera città alla mia prima vittoria.

Non è mai troppo tardi, ma occorre innanzitutto che le persone che occupano posti di responsabilità in seno alla Scandone credano nelle potenzialità di Avellino e dei suoi giovani, per poi fare in modo che giocatori ed allenatori sotto contratto (di Lega e di immagine) sposino questo credo, anche solo per un anno, e che respirino la città per tutto il tempo in cui essa rappresenta la loro sede lavorativa…

Non aspettiamo che sia qualcun altro, solo perché occupa un gradino superiore della scala gerarchica aziendale, a muovere il primo passo, questo rimarrà sempre un alibi troppo comodo, oltre che del tutto infondato. Se si inverte questo trend, Avellino e la sua intera provincia possono davvero esprimere un palazzo dello sport pieno di gioia e tifosi, al punto che il PaladelMauro non basterebbe a contenere tutto quell’entusiasmo.

Ogni arrivederci porta con sé ricordi splendidi e qualche rammarico, ma sono consapevole che tutte le persone che abbiano lavorato in un luogo, per una città, per una piazza, debbano lasciare qualcosa di importante in eredità, perché i nuovi arrivati ripartano da quel punto e accelerino il relativo processo di crescita. Spesso ci si è chiesti cosa non abbia funzionato nella formazione dello scorso anno, così piena di talenti e di esperienza. E ancor più spesso si è parlato di amalgama non creato, di un “fatidico” gruppo mai formato. Io credo, semplicemente, che “fare squadra” sia possibile solo se il club, il suo staff, la società tutta, agisca come una vera “squadra”, confrontando opinioni e pareri, anche scomodi, senza timori reverenziali o facili disfattismi. L’auspicio che faccio ad Avellino è proprio questo, che si cominci a pensare che il gruppo comprende sezioni e camere e luoghi che non sono solo quelli del parquet o dello spogliatoio degli americani. A quel punto non ci saranno limiti all’ambizione sportiva di una città che ha già dimostrato di poter vincere, ma lo ha fatto, attraverso la sua storia, solo negli anni in cui la sua squadra, senza essere la più forte nel proprio campionato, è però stata la più “lunga” e compatta.

Per quanto concerne il mio futuro, com’è d’uopo nel mestiere di coach, la mia valigia è sempre pronta, e mi porterà sicuramente dove ci sarà un progetto da sposare, un’occasione per trasferire la mia esperienza umana e professionale. A scanso di equivoci, colgo infine l’occasione per chiarire che l’ambizione di tornare a fare il capo allenatore è naturalmente presente in me, come in tutti i coach, ma ritengo che lo stesso ruolo di assistente abbia una importanza di grandissimo rilievo, tant’è che sono fiero di averlo svolto con dignità e orgoglio, e che sono pronto ad occuparlo ancora senza per questo considerarlo un ciclo a termine o una deminutio. Un ultimo, accorato saluto, voglio rivolgerlo a chi mi ha dato la possibilità di ritornare a lavorare per Avellino, e alle persone (tifosi e familiari compresi) che mi hanno sostenuto, fuori e dentro al campo, rappresentando ogni giorno una spalla e al contempo un critico confronto, come nel significato della vera amicizia“.

Gianluca Tucci

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